i racconti del montanaro di Pietro Baldresca
   
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il futuro

di franca caluzzi

 

A 70 anni parlano dell’auto. Fanno un breve calcolo dei chilometri percorsi e di quelli stimati e poi dicono “questa la tengo ancora quattro anni poi prendo un diesel”. Discutono di marche e modelli in termini di affidabilità e soprattutto di durata.
A 70 anni parlano di preoccupazione per il futuro dell’Italia, del debito pubblico e dell’economia, non per i loro figli, tutti fuori casa con lavoro e famiglia, e neppure per i nipoti, ma per loro stessi.
Soprattutto fanno progetti.
Dicono “a luglio sono in Corsica e in agosto a Seefeld” “dove?” “a Seefeld, in Tirolo”. Si stupiscono che non conosca Seefeld.
All’inizio dell’autunno consultano diverse liste appese al muro. Ogni lista ha un titolo accattivante “Parco Nazionale dei monti Tatra: turismo ed escursionismo” “Trekking nelle Dolomiti Orientali” “Stati Uniti: città e parchi” e un numero limitato di righe bianche.
Ne scelgono due o tre e guardano con rimpianto le altre che sono costretti a scartare non avendo il dono dell’ubiquità. Mettono la firma sulla prima riga libera e un sigillo al loro futuro.
Li guardo con ammirazione.
Io ho sessant’anni e dieci giorni fa ho telefonato all’osteria Gino di Rondanina per prenotare un pranzo. Ogni anno, un pò prima di Natale, la solita escursione settimanale finisce in trattoria. “Saremo una decina” ho detto e ho fissato per oggi.
Oggi è una splendida giornata e il sole entra a fiotti nella grande stanza dell’ospedale. Una tenda azzurra lunga dal soffitto al pavimento gira intorno al mio letto. La tenda ha un’apertura di novanta centimetri che mi lascia vedere il letto di fronte, illuminato parzialmente dal sole, come il carrello dell’elettrocardiografo e una striscia di pavimento. La striscia sul pavimento proviene da una vetrata che indovino alla mia sinistra, dietro la tenda, e corre in diagonale verso destra, allontanandosi dal mio letto.
Siccome è passato da poco mezzogiorno deduco che la stanza è esposta a sud ovest.
Il cielo non lo vedo.
Attraverso l’apertura seguo il lavoro dei medici e degli infermieri. Gli infermieri attraversano velocemente e più volte il mio campo visivo. I medici sono oltre la tenda però li sento parlare. Discutono di terapie e parlano di noi. Ogni tanto fanno il mio nome.
Quando succede scivolo nel letto un pò più avanti, per quanto me lo consentono i cavi a cui sono attaccata, per avvicinarmi anche solo di mezzo metro a quelle voci che mi arrivano a frammenti.
Io non capisco granchè, soprattutto non riesco a capire quello che vogliono fare di me.
I cavi mi collegano a un monitor che è in alto alla sinistra del letto e che non posso vedere perchè è parallelo al muro. Se il monitor avesse una staffa snodata chiederei di girarlo. Mi terrebbero compagnia i battiti del cuore che sono dei grandi ballerini.
I medici hanno un monitor più grande, me l’ha detto un infermiere, e controllano le danze di tutti noi. Anche se siamo stanchi io e i miei compagni di stanza non smettiamo mai di ballare.
Nel mio cuore invece vorrei dei soldati, fanti che marciano ordinati, un-due un-due, e qualche volta bersaglieri che corrono ma non perdono il ritmo. Non mi piace danzare.
A quest’ora, la mezza è appena suonata, dovrei essere nella trattoria di Rondanina.
Mi tasterei sotto il tavolo le gambe appena indolenzite per la camminata sull’Antola e aspetterei, sgranocchiando grissini, il testo di ravioli fumanti e di “troffiette col pesto”.
Probabilmente riderei. Mi succede quando bevo lo spumante.
Contemplerei le cime dell’Appennino splendenti di neve e il cielo azzuro cobalto che i venti del Nord hanno spazzato di ogni nuvola.
Scatterei tante foto, da distribuire agli amici e ammirare sul mio PC.
Farei ...
Domani è il mio compleanno e tra undici giorni è Natale.
Ecco perchè non mi piacciono i programmi. Fare programmi mi porta sfortuna.

di Franca CALUZZI

 

 



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