i racconti del montanaro di Pietro Baldresca
   
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La catena delle Guide e l’aereo persiano
21 e 22 luglio 1967

di franca caluzzi

(il rif. Bozano 40 anni fa)

 

La ragazza, quando pensava alla montagna, la vedeva circondata di una luce soffusa, quasi un’aureola. Lei non lo sapeva ma erano le anime dei Carrel, Whymper, Rey e dei Piaz, Comici, Gervasutti a brillare. Ogni grande alpinista che moriva lasciava sulla montagna una piccola luce e tutte le piccole luci l’avevano trasformata in palestra di eroi e avevano fatto innamorare perdutamente la ragazza. Credo fosse questa la ragione per cui lei, impacciata timida orgogliosa, quel sabato pomeriggio di luglio si trovasse a salire il sentiero che dal Gias delle Mosche porta al rifugio Bozano in compagnia di soli uomini.
Si sentiva un bruco la ragazza e sognava di diventare farfalla. Un bruco dai capelli color del topo, i brufoli sul naso, gli occhiali che le nascondevano le lunghe ciglia. Capitava in verità che qualche volta si sentisse farfalla e quel pomeriggio di sabato era una di quelle. Si era trasformata in farfalla nello spogliatoio della ditta dove lavorava, al ventesimo piano del grattacielo della grande città di mare. Era entrata con la cappa azzurra che era la divisa della ditta ed era uscita coi pantaloni alla zuava, lo zaino con lo stemma del CAI in smalto blu e la corda di quaranta metri portata con noncuranza sulla spalla. Ai piedi calzava Diemberger nuovi fiammanti, dalla suola rigida.
Per arrivare al rifugio Bozano c’erano due ore di sentiero, la ripida fascia del bosco di conifere prima e poi gli alberi si facevano più radi e più bassi regalando spazio alle rocce e ai ghiaioni che in alto la facevano da padroni. La ragazza saliva in silenzio, fantasticando imprese eroiche di cui era protagonista. Prime ascensioni, bivacchi avventurosi, salvataggi che avrebbero potuto realizzarsi su quelle cime. Sognava e si sentiva in armonia con gli alberi, le rocce, lo sfasciume, i camosci che ogni tanto si lasciavano ammirare, il vento, l’acqua, i fiori, il cielo. Il cielo! Se lo ricordava ancora terso all’inizio del sentiero e ora si stava coprendo di cirri bianchi. Cirrocumuli per essere precisi. Cielo a pecorelle, acqua a catinelle. Se piove il Corno Stella non si fa. Signore, fa che non piova.
Nel gruppetto che saliva la ragazza occupava una posizione centrale che la lasciava libera dall’impegno di fare il passo e non la costringeva a rincorrere i compagni quando i giochi della fantasia rallentavano la sua marcia. Non era stata quindi lei ad avvistare per prima il rifugio, una piccola costruzione in legno e lamiera ancorata ad un piedistallo di pietre raccolte dalla morena che lo circondava. Erano quelli i rifugi che la ragazza preferiva. Non i rifugi-alberghetto dove il gestore ti prepara la polenta e i servizi hanno anche la doccia. I rifugi-rifugi, dove la notte, se ti scappa la pipì, sei costretta a scavalcare i corpi dei compagni e ad uscire sotto le stelle, dove devi prepararti la minestrina con la busta liofilizzata e l’acqua raccolta alla sorgente. Dove puoi cantare a squarciagola anche se sei stonata e al buio fai finta di dormire perché non puoi girarti e scalciare, come fai di solito nel tuo letto, stretta come sei fra la schiena del compagno di destra e il viso di quello di sinistra, su un materassino sporco e rotto steso, insieme agli altri, sul tavolaccio di legno.
“Tempo bastardo!” aveva esclamato chi le stava appena davanti e aveva raggiunto la bandiera del rifugio. Era proprio un tempo bastardo aveva approvato la ragazza guardando le nebbie che si infilavano giù tra i canaloni e coprivano come un sipario l’enorme anfiteatro che aveva visto in fotografia. “Lì c’è il Corno. E’ quello che facciamo domani se smette di piovere” il compagno aveva indicato con la punta dello scarpone le piccole gocce sul gradino di pietra “se non lo vedi è lo stesso, è lì” e con l’indice aveva puntato il centro dell’anfiteatro che si riusciva appena ad indovinare. “E’ il circo di Lourousa questo. Ci sono altre belle salite, sia di qua che di là del Corno” aveva continuato spostando l’indice prima a sinistra e poi a destra anche se le nuvole coprivano tutto “la Catena delle Guide, per esempio, e la Madre di Dio. Qua stronzate non ce ne sono, appena ti muovi sei già sul verticale. Forza ci vuole, forza nelle dita e nelle braccia. Fammi sentire il deltoide” e le aveva tastato i muscoli della spalla che la ragazza cercava inutilmente di tendere. “Tranquilla, ti tiro su io, sei in coppia con me” e l’aveva lasciata sul gradino a guardare le nebbie che coprivano il Corno Stella.
Sua mamma non avrebbe potuto immaginarsi questo posto. Quando aveva incominciato ad andare in montagna, quasi due anni prima, l’aveva torturata per un po’. “Dormi fuori?” le aveva chiesto gridando “le ragazze serie stanno a casa, non se ne vanno in giro con gli sconosciuti”. Poi, una volta, la ragazza aveva avuto un colpo di genio. “Vieni” le aveva detto “ti porto a fare una gita con me”. Una gita facile facile, giusta per sua madre che al massimo andava per funghi, non troppo lontana, non troppo faticosa. In vetta si celebrava la Messa, l’altare uscito dalla valigetta come il coniglio dal cilindro e, insieme all’altare, la cotta bianca a coprire i calzoni alla zuava di un giovane con la barba. Se l’avesse ordinata apposta, la Messa, non avrebbe potuto avere più successo. Sua mamma era commossa, stanca, felice, in pace coi monti col CAI e con chi lo frequentava, e non l’aveva più torturata. Se ora fosse qui si preoccuperebbe piuttosto di tutte quelle corde arrotolate per bene e di quella ferraglia uscita dagli zaini insieme al formaggio, aveva pensato la ragazza entrando nell’unica stanza di cui era composto il rifugio.
“Donne, donne! Preparate la cena” e lei, unica donna, aveva raccolto le buste per la minestra che i suoi compagni le porgevano per fare una zuppa mista. Apparecchiava con ordine, dopo aver spazzato il legno grezzo del lungo tavolo. “Vieni, presto!” avevano ordinato all’improvviso, trascinandola di peso fuori della porta “guarda”. Uno squarcio improvviso aveva spalancato il sipario che copriva le cime. “Il Corno, ecco il Corno! Ti porto lassù”.
In quel momento la ragazza aveva avuto paura. Sempre le veniva paura. Di solito la notte quando, sveglia e immobile contro la schiena del compagno, immaginava tremende sciagure. C’era sempre un’ora in cui pregava per la pioggia, in cui tendeva l’orecchio per sentirne il ticchettio, una pioggia provvidenziale a toglierla dai guai. Ma adesso non era ancora notte. Mamma Santissima, aveva pregato, aiutami tu. Il Circo di Lourousa la guardava e le guglie affilate, disposte a semicerchio, sembravano i denti di un gigante, l’enorme bocca spalancata pronta ad inghiottirla.
La mattina pioveva. La pioggia lavava le pietre e si raccoglieva in ruscelli, le cime incappucciate e la nebbia che scendeva fra le gole densa come cotone. Che bello starsene sdraiati con la coperta fino al collo e sentire le gocce picchiare sulla lamiera. Grandine! Stava anche grandinando. Chissà che adesso non riesca a dormire pensava la ragazza. La paura si era sciolta grazie alla pioggia. E poi era l’alba e all’alba la ragazza non aveva mai paura, neanche quando il cielo stellato la costringeva a mettersi gli scarponi e a prepararsi il latte allungando con l’acqua il tubetto pieno di bianca dolcissima crema. Svaniva. Puff. Svaniva come un miraggio.
La stavano scrollando. Girava verso destra e verso sinistra. Aperti gli occhi non aveva trovato la schiena del compagno o il suo viso, la panca improvvisamente vuota. Si era messa di colpo a sedere, lasciando scivolare dalle spalle la vecchia coperta. Sotto, la giacca a vento in piumino le teneva caldo lo stesso. Sul tavolo c’erano le tazze fumanti, piene di latte o di the. “Ti va bene il latte? La marmellata sulle fette biscottate? Un po’ di cioccolata?”. Che bravi, che gentili a prepararle la colazione. “Presto, vieni a mangiare. E mettiti gli scarponi che andiamo. Il Corno non si fa ma andiamo sulla Plent. La Plent è là” e con il dito avevano indicato la nebbia “Se non la vedi è meglio. E’ più facile del Corno ma qualche passaggio un pò duro ce l’ha. Ehi sveglia, coraggio” una mano sventolava davanti agli occhi della ragazza “Coraggio che andiamo”. Dal caldo del giaciglio si era ritrovata sui sassi della morena senza nemmeno accorgersene. Era già tardi, la decisione di andare sulla Plent aveva richiesto tempo e discussioni, che la ragazza aveva completamente ignorato abbandonata com’era nell’unica ora di sonno che l’aveva finalmente colta.
Non pioveva più ma l’acqua scorreva a ruscelli tra la morena, stava sospesa nell’aria in minutissime gocce e si raggrumava negli stracci di nuvole che sostavano in tutte le gole. “Facciamo la Plent per la Ellena-Soria. Caso mai non lo sapessi Ellena e Soria erano due alpinisti, non una donna. Ellena, non Elena. Adesso lo sai. E’ di terzo con qualche passaggio di quarto e uno di quinto inferiore. Con questa roccia bagnata ce ne cresce, a fare il Corno è da pazzi. Ti dispiace? Sul Corno ti ci porto quando fa bello. Il cordino l’hai messo?” e così chiedendo il compagno le aveva sollevato appena la giacca per controllare le asole che tenevano i due moschettoni e il nodo a otto che aveva un po’ stretto allargando con le mani l’anello intorno alla vita. In quegli anni le imbragature non usavano ancora. Al massimo le cinture che qualcuno si faceva intrecciando metri di corda, un po’ come fanno adesso i ragazzini per quei braccialetti coi colori della squadra del cuore. Lei non aveva cinture ma solo un cordino da otto millimetri che, se fosse volata, le avrebbe fatto un bel po’ di male. Allora usava così.
Sarebbe piovuto di nuovo? Io non ci posso far niente aveva pensato la ragazza facendo spallucce. Per la verità non poteva fare proprio niente, se non seguire i compagni. La responsabilità era la loro, non era tenuta a preoccuparsi, lei. Bastava fidarsi, era così semplice. Si fidava dei compagni che di volta in volta la legavano alla loro corda come fanno i bambini con la mamma, metteva la sua vita nelle loro mani. D’altronde erano tutti istruttori, qualcuno accademico, il fior fiore dell’ambiente alpinistico della sua città. Per loro questa salita era come per lei andare al monte Fasce che ci si arriva con una passeggiata partendo dal mare, per questo l’avevano invitata. Era una gita di allenamento, un intervallo tra salite più impegnative, ripetizioni di grandi classiche e anche “prime” che potevano battezzare come volevano. Tracciavano una via nuova su una parete, più diretta e più bella di quella già fatta da altri, e poi le davano un nome e quel nome rimaneva per sempre. Punta Emma per esempio. Chissà chi era quella Emma che aveva dato il suo nome alla punta, la fidanzata, la figlia?
Ogni tanto si chiedeva perché la invitassero. Telefonavano “vieni?”. Pensava che la invitassero perché non faceva storie. Non diceva “ho paura ho freddo ho fame sono stanca” ma si teneva la paura il freddo la fame la stanchezza senza brontolare. Era senz’altro così, perché non faceva storie.
“Ti sei accorta del passaggio?”. La voce dall’alto aveva interrotto i pensieri della ragazza che aveva alzato il viso con aria interrogativa. “Sei passata sul quinto, un quinto inferiore. Ti ho un po’ tirata ma sei passata bene. Non te ne sei nemmeno accorta, ho proprio un pacco postale con me” aveva concluso il compagno sorridendo indulgente. Da quel momento, e per tutta la vita, lei si sarebbe sentita un pacco postale. In senso buono, si intende, un pacco postale che veniva portato in posti meravigliosi. Era orgogliosa di frequentare quella élite di scalatori, orgogliosa e felice.
Un tiro dopo l’altro si erano alzati. Se li avesse contati, i tiri, la ragazza avrebbe saputo quanto lontana fosse la morena e quanto vicina la cima. Invece non vedeva che ovatta grigia e compatta, il sopra e il sotto uguali. Non esisteva il cielo, non esistevano i ghiaioni, avrebbe potuto pensare di galleggiarci in quell’ovatta.
“Ci siamo, dai un grido a quelli sotto” aveva urlato il suo compagno quando si era accorto di aver raggiunto la cresta. D’un colpo gli erano mancati gli appigli e le dita avevano stretto la roccia dell’altra parete. “Dì che ci siamo”. La ragazza aveva obbedito ed era ripartita per l’ultimo tiro. Non poteva immaginare quello che sarebbe successo là in cima, quello che avrebbe trasformato in avventura questa domenica di luglio.
Andiamo con ordine e cominciamo da quando lei si era ritrovata senza più roccia davanti al viso e le mani avevano stretto gli appigli della parete opposta. I capelli per primi, le si erano rizzati in testa. Sul serio, non per metafora. Stavano dritti come aghi nel puntaspilli. Poi il ronzio, un ronzio sordo che le riempiva le orecchie, non aveva mai sentito quel ronzio. Elettricità, era elettricità. “Queste rocce sono piene di ferro, attirano i fulmini come calamita” aveva mormorato il suo compagno senza che lei potesse sentire. Gneiss, gneiss listato quello della Catena delle Guide. E tanto aguzze le creste che era come essere su un parafulmine. Ci si stava a cavalcioni, una gamba da una parte e una dall’altra.“Se cado di qua buttati di là” aveva gridato il compagno per farsi sentire “così rimaniamo appesi come i piatti della bilancia. Quanto pesi?” . Scherzava ma era preoccupato, aspettava che gli altri arrivassero per organizzare la discesa.
La ragazza non era preoccupata, aveva fiducia nel suo istruttore e nella provvidenza. Ascoltava il ronzio, si toccava i capelli ritti come aghi nel puntaspilli e fissava un luccichio. Che diavolo era? Per capire si era sporta sulla cresta come si fa sul davanzale per stendere i panni, solo le punte appoggiate al minuscolo terrazzino dove aveva agganciato il moschettone. La roccia le comprimeva il torace. Aveva allungato il braccio e con meraviglia si era ritrovata tra le mani un’automobilina di latta, rossa, schiacciata come quei ranocchi che rimangono sull’asfalto dopo un temporale, le quattro ruote divaricate. Cosa ci faceva in quel posto? “Hai visto?” aveva chiesto porgendola al compagno che l’aveva voltata sottosopra, pensieroso.
“Vedi questi segni? E’ arabo” le aveva risposto “Era di un bambino persiano. E’ precipitato un aereo, mica tanto tempo fa, e sopra c’era l’harem di un sultano. C’è pieno di rottami qui in cresta. Non lo sapevi?”.
Aveva ricominciato a grandinare e lontano, ma non tanto, si sentivano i tuoni. Il ronzio continuava insistente come il volo di un calabrone. Donne e bambini, l’harem di un sultano, immagini di donne velate e ingioiellate, città lontane luccicanti di ori, tappeti sontuosi, Alì Baba e Aladino e le altre favole di Le mille e una notte. La ragazza aveva messo l’automobilina nella tasca interna della giacca e salutato la seconda cordata arrivata in cresta. In quegli anni l’Iran si chiamava Persia, le donne velate evocavano mondi lontani e magici. Un aereo persiano.
“Qua ci lasciamo le penne, scendiamo subito, ci caliamo in doppia” aveva ordinato il compagno “Togliamo il ferro dagli zaini. Hai la catenina?” con un dito aveva controllato il collo della ragazza “Attira i fulmini. Togli i moschettoni e i chiodi e il martello. Mettiamo tutto in questo sacchetto e lo caliamo. Facciamo le doppie senza sicura. Hai capito che non ti mettiamo la sicura, nemmeno il cordino col Prusik? Non c’è tempo. Non mollare la corda per nessun motivo sennò ti ribalti. Vai a gambe all’aria” La ragazza e i compagni avevano svuotato freneticamente gli zaini, via i chiodi, via il martello, via i moschettoni. “Scendi tu, poi si cala la ragazza, se ha bisogno l’aiuti. Recuperi la corda e scendi di un tiro, noi ci caliamo con l’altra e ti mandiamo giù la ragazza. Vai” La chiamavano così perchè oggi era sola, unica donna fra maschi. Se fossero state in due avrebbe avuto il suo nome.
Il primo era sceso e il vento lo spingeva verso lo strapiombo poi era riuscito a puntare i piedi alla parete per riportarsi sulla verticale ed era atterrato sul terrazzino. Stava preparando l’attacco per la seconda doppia quando la ragazza aveva fatto passare la corda davanti alla spalla destra, in mezzo alle gambe e sulla coscia sinistra mentre con la mano destra teneva il tratto che arrivava dall’alto e con la sinistra quello che scendeva. Aveva dato la schiena al vuoto e si era allontanata dalla parete con un piccolo salto. La lasciava scorrere tra le palme senza strappi, sospesa nel vuoto, e il vento spingeva anche lei verso lo strapiombo e con le punte non arrivava a toccare la roccia. Ne rimaneva scostata di un palmo, la corda che non seguiva il filo a piombo ma deviava verso la parete che dirupava. “Prendi i capi” gridavano dall’alto al compagno impegnato a preparare la seconda doppia “Tienila!”. Lui dal terrazzino non riusciva. Le punte degli scarponi della ragazza sfioravano ora la roccia, ecco che faceva aderenza anche con le suole, poteva tornare sulla verticale.
Dopo la prima le altre doppie erano diventate più facili. Il vento che spazzava le creste si era acquetato. Pioveva e l’acqua colava nel collo e nella schiena. Una doppia dietro l’altra, venti metri per volta, sperando che la corda da recuperare sfilasse senza intoppi.
“Sono sul ghiaione!” aveva gridato il compagno più in basso, già sulla morena. Basta corda, basta doppie, aveva pensato la ragazza. Tra poco avrebbe potuto sprofondare nel ripido sfasciume saltellando sui tacchi. E quando c’era arrivata qualcuno le aveva stretto le spalle “ginnastica ci vuole” aveva raccomandato “ due ore di spalliera ogni giorno” e insieme avevano riso.

Il resto non ha storia. La discesa al Bozano e poi al Gias delle Mosche, l’auto, la strada sterrata fino a Terme di Valdieri, il ritorno in città. La ragazza che racconta al suo diario la tragedia dell’aereo persiano. La ragazza che toglie dalla tasca della giacca l’automobilina, la fa vedere alla mamma e la ripone in una grande scatola, insieme alle stelle alpine ai ritagli di giornale e ai piccoli sassi che di domenica in domenica si fanno più numerosi. Su ogni sasso scrive il nome della cima dove è stato raccolto e la data.
A imperitura memoria.

 

di Franca CALUZZI

 

 



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