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La mia gita più bella: l’Adamello
di franca caluzzi
Aprile 1967: verso l’Adamello
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Credo che ognuno di noi abbia nel cuore una gita a cui ha dato il nome “la più bella”. Non sa nemmeno il perché, è la più bella e basta.
Per me è l’Adamello, non quello di adesso – per carità è ancora senz’altro stupendo – ma quello di allora - era il 1967 - che sono sicura lo era ancora di più. Perché il ghiacciaio era tanto grande che quando c’eri dentro non potevi immaginare un mondo diverso da quello, tutto bianco ed accecante, che ti circondava. E poi era aprile e di neve ce n’era talmente tanta che era addirittura immenso.
Ci volevano tre giorni, uno per andare al Tonale, salire in funivia al Passo Paradiso e scendere al rifugio Mandrone, uno per arrivare sull’Adamello e uno per risalire e poi scendere al Tonale. Nello zaino dovevo mettere tante cose, piccozza, ramponi, cordino e moschettoni, pelli di foca e gli sci, appesi fuori. E i viveri. Avevo comprato un chilo di carne a fettine, ci avevo steso su il prosciutto, le avevo arrotolate e fatte arrosto, un chilo di involtini divisi in piccoli pacchetti. Allora non mi preoccupavo di proteine e carboidrati. Ai formaggini Mio avevo tolto le scatole, perché pesavano, magari pochi grammi, ma tutto fa. Tutto faceva senz’altro visto che una volta pronto lo zaino pesava tanto che per metterlo in spalla dovevo farmi aiutare.
Gli sci erano infilati dietro le tasche dello zaino Cassin, che non erano cucite ma attaccate con delle cinghiette.
Dunque da Genova siamo partiti, un piccolo gruppetto. Destinazione Passo del Tonale e, con la funivia, Passo Presena.
Come ho detto prima c’era talmente tanta neve che degli skilift per lo sci estivo spuntavano solo le ruote in cima ai piloni. La traversata con le pelli la ricordo vagamente ma la discesa verso il rifugio Mandrone la ricordo benissimo. “Ci vogliono i ramponi” aveva urlato il capo. L’ordine non ammetteva repliche e siccome io sono sempre stata ubbidiente ho risposto che sarei scesa tranquillamente con gli sci.
In due abbiamo fatto questa scelta, per l’ovvio motivo che nella precaria posizione in cui eravamo non riuscivamo a fare la complicata manovra di togliere gli sci e legare i ramponi, e in due siamo cadute, rimediando l’una la distorsione alla caviglia e l’altra la rottura di un attacco. Ma bene o male, dopo aver legato l’una e l’altro, abbiamo raggiunto il Mandrone dove infermieri e meccanici, italiani e tedeschi, si sono prodigati nelle cure.
La mattina dopo la giornata prometteva di essere splendida. Era ancora buio e le stelle brillavano su una distesa immacolata. Le mani mi facevano male dentro i guanti imbottiti quando, a ranghi ridotti visto che la caviglia della mia compagna non si era potuta aggiustare velocemente come il mio sci, abbiamo cominciato a risalire il ghiacciaio.
Mentre il cielo schiariva e arrivava il sole noi scivolavamo dolcemente con le pelli e superavamo pendii dolci e brevi tratti più ripidi e sempre così, con il sole abbagliante, su quei giganteschi gradini che non finivano mai. Ricordo la Lobbia Alta sulla nostra sinistra e le rocce che affioravano dalla neve, tanta che ti faceva ubriacare.
Pensi, sopra questa salita c’è la vetta, ma dopo la salita c’è un altro pianoro e poi un’altra salita e la vetta non la vedi mai. Quando finalmente ti appare ti sembra un miracolo. Esce dal ghiacciaio come un fungo, nero e bianco, ma più nero che bianco perché la neve non rimane appiccicata sulle rocce ripide.
Togliamo gli sci, stacchiamo le pelli e le arrotoliamo, li conficchiamo in piedi, come tanti paletti, insieme ai bastoncini. Ci leghiamo i ramponi. Sbaglio sempre, la prima volta metto il lato interno all’esterno e non va bene perché le fibbie potrebbero agganciarsi e farmi cadere. Infilo la mano nel laccio della piccozza e sono pronta per raggiungere la vetta. Un po’ di arrampicata su misto e … finalmente! Ci ritroviamo a stringerci la mano su pochi centimetri di roccia
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 … La discesa con gli sci è stata una danza. La neve primaverile perfetta, le nostre tracce sulla distesa vergine un disegno fantastico. Tanto bella che quando rivediamo il Mandrone ci chiediamo “come è possibile?”. Lo scialpinismo è così: fai fatica per tante ore e ti conquisti un’unica discesa, che è sempre troppo breve. Bisogna goderla per intero perché è irripetibile..… Siamo sulla via del ritorno, risaliamo al passo Presena, sono stanca. Tanto stanca che cerco di stare davanti, per “avvantaggiarmi”. Conto fino a cento e mi fermo per qualche
attimo, poi fino a cinquanta. Sempre così, per tutta la salita.
All’ultimo conto fino a venti e riprendo il fiato. |
Alla funivia mi chiedono se voglio approfittarne per scendere comoda. Figuriamoci! Voglio lasciare almeno lo zaino? No, lo voglio tenere in spalla, con i ramponi legati in cima e la piccozza su un lato, perché tutti vedano, tutti sappiano che sono andata sull’Adamello. Devo averlo scritto in fronte, tanto sono felice. E mi concedo l’ultima discesa sciando tanto bene come mai, dopo, ho saputo più fare. |
di Franca CALUZZI |